Villa Floridiana: il simbolo di un grande amore

Il travolgente amore tra Ferdinando IV di Borbone e Lucia Migliaccio vive ancora tra noi grazie alla Villa Floridiana

Al Vomero, quartiere collinare di Napoli, si erge un giardino che rappresenta uno dei polmoni verdi di Partenope: la Villa Floridiana

Quest’ultima è il simbolo, ancora esistente, di un’appassionante storia d’amore: quella tra la siracusana Lucia Migliaccio e il napoletano Ferdinando IV di Borbone

La moglie morganatica del Sovrano

Lucia Migliaccio era figlia dell’ottavo Duca di Floridia e San Donato, Vincenzo, e della nobile di origini ispaniche, Dorotea Borgia

A soli undici anni di età, nel 1781, Lucia dovette convolare a nozze con l’ottavo Principe di Partanna e Duca di Ciminna, Benedetto Maria III Grifeo

La coppia ebbe sette figli, ma la Migliaccio rimase presto vedova.

La sua situazione cambiò con l’arrivo dei Borbone di Napoli e Sicilia nella Trinacria, nel 1806. 

Quell’anno, infatti, le truppe napoleoniche invasero il Regno di Napoli obbligando i legittimi sovrani borbonici a trovare rifugio in Sicilia. 

L’anziano Ferdinando IV (nato a Napoli il 12 gennaio del 1751) rimase presto ammaliato dalla splendida siciliana. 

Maria Carolina d’Austria, prima moglie del Re Nasone, rimase poco sull’isola perché, a causa della sua avversione verso la Gran Bretagna, era stata costretta ad andare in esilio a Vienna

Qui la morte la colse l’8 settembre 1814. 

Pochi mesi dopo, il 27 novembre, Ferdinando e Lucia convolarono a nozze.

La Migliaccio non sarebbe mai stata Regina; un matrimonio morganatico impedisce, di fatto, il passaggio alla consorte dei privilegi e dei titoli provenienti dal marito. 

In dono una villa

Dopo la Battaglia di Tolentino e la definitiva sconfitta dell’usurpatore Gioacchino Murat, Re di Napoli dal 1808 al 1815, i Borbone poterono tornare finalmente a casa. 

La dodicesima Duchessa di Floridia ricevette in dono dall’affezionato marito il vasto terreno vomerese appartenente al Principe Giuseppe Caracciolo di Torella

In onore di Lucia Migliaccio, la nuova proprietà si chiamò Floridiana

La Villa della Floridiana

Antonio Niccolini, celebre architetto dell’epoca, si occupò dei lavori di ristrutturazione del sito tra il 1817 e il 1819

Due ville, in stile neoclassico, furono arricchite da un parco di 24 ettari realizzato dal Direttore dell’Orto Botanico di Napoli, Federico Corrado Dehnhardt

Il parco, in stile romantico, è ancora ornato dalle specie di piante che furono scelte all’epoca.

Tra queste ultime possiamo trovare bossi, palme, platani, camelie e lecci. 

Oltre alla bellissima scalinata che permette una panoramica mozzafiato del Golfo di Napoli, dobbiamo ricordare le finte rovine, le grotte fantasmagoriche e un teatrino all’aperto.

Tutto ciò, rende la Floridiana un luogo magico per i più piccoli, e non solo. 

Papiri per canguri

Furono realizzati, per espresso desiderio di Lucia Migliaccio, una serie di grotte e serragli per ospitare una variegata collezione di animali esotici

Orsi, leoni, tigri e canguri resero il parco una sorta di zoo privato. 

Purtroppo, questa passione ha avuto delle conseguenze per il nostro patrimonio storico-culturale. 

Per acquistare i canguri dall’Impero Britannico, il sovrano innamorato infatti decise di utilizzare come oggetto di scambio ben 18 papiri provenienti dagli Scavi di Ercolano. 

Situazione odierna

Attualmente, gestore di questo splendido parco è il Comune di Napoli.

Nel 1919, il complesso fu acquistato dallo Stato.

La Villa Floridiana è visitabile tutti i giorni dell’anno per tutto il giorno.

Gli accessi sono due: via Domenico Cimarosa n. 77 e via Aniello Falcone n. 171. 

Nella Villa è presente il Museo Nazionale della Ceramica Duca di Martina.

Quest’ultima contiene una tra le più ricche collezioni di arti decorative della Penisola. 

Il Museo è stato realizzato per conservare la collezione donata alla città di Napoli, nel corso del 1911, dal Conte dei Marsi, Placido de Sangro.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.