Vincenzo Russo: il poeta del popolo

L’incontro artistico di di Vincenzo Russo poeta con il musicista Eduardo Di Capua e l’ultima canzone prima di morire

Incredibile e bislacca, credente e blasfema, meravigliosa e brutale la nostra Napoli. Gli ossimori e gli aggettivi della lingua italiana sono insufficienti per definire questo nostro microcosmo, “estraneo” rispetto al divenire usuale del mondo. Una realtà a sé stante, che non riguarda soltanto le sfere sociali, politiche, economiche, ma anche l’intero universo artistico e culturale che lo caratterizza. La storia del grande poeta Vincenzo Russo, ingiustamente dimenticato, ne è un esempio lampante.
Nato nel 1876 in quella Napoli che, nonostante il Risanamento, è tristemente caratterizzata da profonde spaccature sociali, Russo si avvia in giovanissima età al lavoro di calzolaio presso la bottega del padre e successivamente come guantaio nel laboratorio dei fratelli Partito in via San Giuseppe.

Il calzolaio poeta e l’incontro con Di Capua

La miseria, la fame, un lavoro modesto non impediscono a Vincenzino di sviluppare la sua vis poetica. Un poeta vero, quindi, spontaneo: un «poeta del popolo», come lo definisce Libero Bovio, nonostante l’infamante etichetta di analfabeta e cabalista, affibbiatagli da una critica certamente oscurantista.

L’incontro artistico con Eduardo Di Capua, genera una serie di capolavori che segnano profondamente la storia della Canzone Napoletana, che proprio in quegli anni vive il suo momento aureo. Russo e Di Capua si conoscono probabilmente in circostanze legate alla comune tendenza verso fenomeni parapsicologici e cabalistici. Il poeta è, infatti, considerato un “assistito” e la leggenda racconta che l’incontro con Di Capua, accanito giocatore del Lotto, avviene grazie al tipico gioco napoletano.

Al di là dei racconti, da quell’incontro umano e artistico nascono canzoni come Maria Marì, Serenata d’ ‘e rrose, Nuttata a mare, Torna MaggioI’ te vurria vasa‘.
Nonostante il successo, la vita di Vincenzo Russo è estremamente breve.
I segni di una fine imminente si specchiano nei suoi versi, in particolare in Core, dove la parole «sciore» comincia a far rima con «more» e non più con «ammore».

Ll’ urdema canzona mia

 Il male comincia a consumarlo, a costringerlo a letto. L’11 giugno 1904, il poeta vede dalla finestra Enrichetta, la ragazza ricca del suo quartiere, il cui amore era corrisposto soltanto con uno sguardo, sposarsi nella Chiesa antistante: «Com’è bella con l’abito bianco. Ah! Se non avessi avuto questa tosse! Oggi sull’altare ci sarei stato io», confida a suo cognato che l’assiste. Poco dopo, sul retro di un calendario, scrive la sua ultima canzone, «Tutto è fernuto», il cui titolo diventa Ll’ urdema canzona mia. Quando viene spedita all’amico Di Capua per musicarla, Vincenzo Russo scompare per sempre. Ha 28 anni, ma la bellezza della sua poesia è destinata all’eternità.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.

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