Viviani e l’emigrazione

I bastimenti di ieri e di oggi: Viviani e l’emigrazione


Viviani e l’emigrazione: sfogliando qualsivoglia libro di letteratura italiana, ci si accorge che un tema così radicato come l’emigrazione, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento fino agli inizi del XX secolo, non ha avuto una trattazione specifica.

Nonostante la presenza di autori come Verga, Capuana, ma anche Di Giacomo e Matilde Serao. Le loro tematiche erano spiccatamente ispirate alla realtà sociale del loro tempo; c’è soltanto qualche sporadico riferimento in autori come Pirandello con la novella L’altro figlio; in Pascoli con la lirica Italy; nel romanzo Sull’Oceano di Edmondo De Amicis e poco più.

In un panorama così scarno, ecco Raffaele Viviani con il testo “Scalo marittimo” (’N terr’ ’a Mmaculatella), scritta nel 1918.

Il testo, per la forza dei personaggi, l’impianto drammaturgico, non solo può
essere considerato un capolavoro assoluto, ma anche un’opera di evidente
originalità e modernità. L’interesse che l’autore stabiese nutre per la realtà è noto, così come celebre è lo spirito osservatore, grazie al quale rappresenta e reinterpreta il mondo che lo attornia.

Viviani, e lo ribadiamo ancora con le parole d Stefanile, è:

uomo tra la sua gente

e quella gente è una plebe operosa e desiderosa di un lavoro stabile che, irrimediabilmente, manca; è una plebe che, nonostante l’essere chiassoso e lacero,

è rare volte sbracata e vile, come se si sentisse correre dentro il sangue di una nobiltà che soltanto gli eventi avversi di una lunga storia hanno addormentato o fuorviato

Scalo Marittimo, è il risultato dell’accurata analisi dell’autore sul fenomeno dell’emigrazione, che nel Mezzogiorno trova la sua triste diffusione proprio dopo l’Unità d’Italia.

L’atteggiamento dei suoi emigranti, non si lascia andare alla rassegnazione o peggio, al pietismo: imbocca una direzione antitetica rispetto a quella melanconica descritta da alcuni poeti coevi: su tutte, quelle della struggente “Santa Lucia luntana” di E.A. Mario, dove il dramma degli emigranti si acuisce con il progressivo allontanamento dal borgo marinaro.
Colantanio, personaggio chiave dell’intera vicenda, intona invece L’emigrante, un canto di rabbia e di dolore che però non lascia trasparire alcun senso di debolezza o malinconia, ma pronuncia parole come «speranza» di ritornare alla terra natia.

L’opera si conclude con una figurina

Emblema dell’impotenza dei personaggi vivianei: Mincuccio che, nel suo dimenarsi “pupazzesco”, nelle sue suppliche, esprime non soltanto la propria impotenza, ma anche quella dei compagni ormai lontani. Un’impotenza che si delinea nell’incapacità ed impossibilità, di modificare il proprio destino di perseguitato: “Ah! Sciorta ’nfama! Sciorta schifosa!”.
Un destino che purtroppo attanaglia gli eredi di Mincuccio, ancora oggi, nel
XXI secolo, aspettando una sciorta che non arriva e uno Stato che lavori affinché i «bastimenti» non partano più.